JECKILL E HYDE - Racconto Gotico
n.d.r. la prosa aulica del racconto gotico è stata mantenuta per la maggior parte della storia. Purtroppo come può accadere, qua e là e soprattutto verso la fine, quando la faccenda si fa più stringente e accorata, si può essere verificato qualche sgancio. Me ne scuso con i lettori e prometto che in una eventuale seconda edizione l’editor starà più attento.
JECKILL E HYDE ( RACCONTO GOTICO )
Jeckill si avvicinò al tavolo da lavoro e afferrò con mano tremante la pozione.
Nel calice, il liquido trasparente produceva forme e sagome corrotte che dissolvendosi davano vita ad altre ancora più terribili figure. Era, quello, il filtro del bene e del male. Bevendone, Jekill avrebbe scisso e poi cancellato il bene da sé medesimo, isolandone la parte cattiva per dar vita ad un individuo diverso.Era notte, fuori il cielo già scuro andava tingendosi di nero, come se l’universo stesso disapprovasse quell’esperimento empio e contro natura. Jeckill intanto, portò alle labbra la pozione e bevve.
Poi rotolò a terra passando traverso tutti gli stadi della schizofrenia e della alienazione fino a che non si fu trasformato nel mostro. Mister Hyde. L’essere appena nato era all’apparenza più giovane di Jeckill, più piccolo di statura, e privo di qualsiasi morale. Affrancato da qualsiasi regola impostagli dal vivere civile.
Hyde era pronto a uccidere, stuprare, torturare, squartare senza motivo chiunque gli fosse capitato a tiro.Nero di capelli e tarchiato, l’uomo, se ancora di uomo si poteva parlare, era in grado di vedere il mondo con occhi nuovi. Occhi che non conoscevano pietà, né compassione. Mister Hyde ora era libero.
Libero di tuffarsi nella notte per le strade di Londra assetato di sangue.E l’avrebbe fatto, se non avesse visto sul tavolo da lavoro del dottore il calice ancora quasi colpo contente la pozione.Nel calice il liquido trasparente produceva forme e sagome corrotte che dissolvendosi davano vita ad altre ancora più terribili figure.
Hyde si avvicinò curioso. I ricordi di Jeckill in lui erano svaniti insieme alla sua parte buona, e il mostro vedeva ora il calice come fosse per la prima volta. Ed ecco succedere quello che nemmeno Stevenson, nella scrittura di un così audace ed inquietante romanzo, avrebbe potuto prevedere. Hyde, afferrò il calice e ne bevve. E si piegò in due.
Come una coniglia che avesse inteso la botta. Si piegò nel dolore e nella sorpresa. Cosa stava succedendo? Succedeva ciò che è naturale che fosse, ovviamente. Il filtro, costruito apposta, agiva sul mostro secondo il suo proprio potere. E scindeva ancora, da quell’Hyde già così malvagio, il poco di bene che ancora vi albergava trasformando quell’essere abbietto in un altro, ancora più obbrobrioso. Un concentrato di cattiveria e lascivia, un ominide irto di peli caprini e dagli occhi carichi di furia cieca. Fuori, nel buio, il cielo pareva una rete colma di anguille luminose. Estuari di fiumi accesi illuminavano la notte. Intanto, stupito e fremente, il mostro si girava su sé stesso alla ricerca di un essere vivente qualsiasi, su cui mettere le mani.
L’aria attorno a lui friggeva e ronzava, cucinando i microscopici esseri viventi in essa compresi e uccidendoli all’istante. Le zampe del mostro, poggiate sul pavimento, marcivano il marmo, e il cuore di quell’Hyde, il cuore, che da sempre è sede dei migliori sentimenti dell’uomo e nel quale anche per l’ultimo dei meschini, c’è sempre un angoletto dove alberga un poco di pietà, ora era diventato il simbolo di una trasformazione oscena che mai aveva avuto uguali. Il cuore del mostro, aveva i denti. E aspettava bocconcini. Hyde, o meglio, l’essere scaturito da Hyde, mentre con una mano si masturbava, e le dita come lamette andavano distruggendo il proprio fallo che subito ricresceva, con l’altra afferrò curioso il calice con la pozione. Che sarà mai, pensava il mostro, osservando l’interno del calice nel quale il liquido trasparente produceva forme e sagome corrotte che dissolvendosi davano vita ad altre ancora più terribili figure. Che sarà mai?E te lo dico io, cosa sarà mai, gli avrebbe urlato chiunque in quell’istante si fosse trovato là. Oh…se almeno ci fosse stato Stevenson, in quel momento….ci fosse stato lui, lì, accanto, avrebbe certamente impedito che quella creatura afferrasse ancora una volta la pozione e ne bevesse, ma Stevenson, non c’era. E la creatura, il mostro piccolo, nero, peloso, bevve. Ancora. Scindendo se stesso in un essere che dio mio. Dio mio che essere. Che palla di marcio.E che forza vitale e che potenza, emanava.Questa palla. Piccola ma…aiutatemi a dire cattiva.Due occhi velenosi e un ciuffo di pelo che sfrigolava al contatto con l’aria pura. Quegli occhi erano abissi dai quali emergevano i dannati di tutti i tempi.
La creatura, impaziente di agire, era in continuo movimento. Si feriva, ne godeva, si girava furiosa verso chi l’avesse ferita, e cioè se stessa, e si colpiva nuovamente, vendicandosi di sé in un moto senza fine.Questo bolo questa sfera conteneva la voglia di male più assoluta e la forza di mille demoni. Fuori l’universo si era scatenato. Va aperta una breve parentesi riguardante l'universo: quando eventi come quelli a cui stiamo assistendo si manifestano, e cioè riti satanici con risvolti blasfemi, morti a cui viene ridata la vita, esperimenti con elettrodi impiantati in cadaveri e sacrifici umani a beneficio di forze sataniche, l’universo si scatena sempre. E lo fa con la forza immane dei tuoni e dei fulmini. Si direbbe che quando una potenza positiva come quella dell’universo si metta in moto per impedire un misfatto di quelli elencati, non ce ne sia più per nessuno, di tutti questi stregoni eretici e malvagi.Se l’universo si mette in gioco, diremmo noi, vince a mani basse. Non c’è partita. E invece, sarà forse per la distanza, sarà perché il bersaglio è piccolo, ma l’universo purtroppo non ci azzecca. Se c’è un empio, che sulla torre più alta, e quindi bene in vista, abbassa la leva di una macchina orribile creata a scopo criminale, un empio che frantuma un sigillo di un qualche otre contenente forze demoniache, o che prega un anti-dio sacrificando una vergine, ebbene l’universo si ribella, fa un putiferio pazzesco di fulmini lampi e saette, ma non ci coglie. Non lo piglia. Lo manca. Schianta intorno la qualsiasi, ma l’infame non lo sfiora neppure.
Come mai, non lo centri, o universo?
Come mai non lo apri in due come un cocco e la fai finita? Eh? Perché? Forse perché lasci all’uomo il libero arbitrio? Ma se è così, non fare casino, no? Fai finta che non te ne sei accorto? Non vuoi intervenire? Girati dall’altra parte. Altrimenti fai la figura di quegli automobilisti che da dietro il finestrino minacciano con gli occhi fuori della testa di spaccarti il solito culo ma se poco poco uno scende sereno ma deciso magari con una bottiglia di prosecco tenuta per il collo mettono in moto e sgommano via.
Ma tant’è. L’universo, alla vista di quella creatura immonda e sacrilega, si era scatenato. E un fulmine aveva centrato in pieno un maiale a Chepsberry, paesino a ottanta chilometri di distanza da Londra.E un altro aveva ribaltato una caldarrostaia che con il suo carretto stazionava due isolati più in là della casa di Jeckill. La donna era carambolata verso l’alto per un paio di metri senza una parola e senza una colpa, e si era poi appianata con le ginocchia sul marciapiede e la faccia nella pozzanghera. Intanto il bolo malefico, la sfera obbrobriosa, grossa più o meno come una palla da ping-pong, si avviava verso la porta lasciando sul pavimento una scia mortale in cui qualsiasi insetto si fosse imbattuto, si inceneriva dopo essersi torturato e ferito da solo.L’universo, all’avvicinarsi del pericolo, centuplicava le sue forze. E bene se ne accorse il contadino, proprietario del maiale, che sicuro com’era che un fulmine non colpisse mai due volte nello stesso posto era andato a prendersi il maiale morto. Una scarica da due milioni di volt lo aveva seccato come quei pesci palla che si vendono nei negozi di souvenir a Ibiza.Un fulmine a sfera invece, una vera e propria palla di fuoco, aveva raso al suolo il ricovero dei senza tetto di Koxingam, soffermandosi su ogni orfanello e lasciandone nelle brande soltanto gli ossicini. Il mostro, nel mentre, puro elisir di empietà col potere di distruggere il mondo, stava per uscire di casa e penetrare non visto nel mondo stesso che inerme e ignaro a quell’ora presta dormiva.Era passata l’alba, ormai, e mentre il bolo osceno rotolava per le scale su un cuscino di bestemmie, all’altro capo della via in fondo al viale un bambino puro e limpido come solo un bambino può essere avanzava con la mano in quella della mamma che lo accompagnava a scuola. Il sole faceva capolino fra le nuvole, e un ultimo tentativo dell’universo di scongiurare la tragedia aveva storpiato nuovamente la vecchia caldarrostaia mentre in posizione fetale si rifugiava nell’androne del palazzo vicino a casa Jeckill.La mamma e il bimbo intanto avanzavano. Sulla rotta di collisione più tragica del creato. Due passi ancora, ancora due passi, mentre il bambino sorrideva ignaro di tutto. La porta di casa Jeckill, così era destino, proprio in quel momento si aprì, e ne rotolò fuori la cosa.Il bimbo ormai era a un soffio dalla creatura. A terra due occhi corvini nei quali si specchiavano le fiamme dell’inferno lo guardavano accesi mentre il mostro, l’abnormità, stava per gonfiarsi ed esplodere in un sabba di empitudine che avrebbe spazzato, cominciando dal piccolo e da sua madre, un mondo dopo l’altro.Era indecisa, la creatura, se prima costringere i due madre e figlio ad accoppiarsi fra di loro o se invece semplicemente premerli insieme e farne un unico impasto. Ancora un attimo, pensava la cosa, un attimo ancora. Ancora un momento….un istante ancora…….ancora proprio un cicinin…troppo. Un rumore sinistro, acquoso e secco insieme.“Mamma?” “Amore?”“Ho pestato una…forse”“Striscia, striscia il piede a terra, Timoty, striscia”“Mamma”“Fai così,vedi? Come se avessi i pattini. Striscia. E’ inutile che ti schifi, quante volte ti ho detto? Guarda dove metti i…fa niente su, prima che arriviamo a scuola ti pulisci”“Mamma”“E poi porta fortuna”.L’universo intanto si era quietato, tornando a distribuire attenzioni su un più vasto raggio con la benedizione di tutti.La caldarrostaia invece saliva le scale di casa Jeckill con un occhio estroflesso, due dita della mano destra appese ormai solamente per i legamenti, e la voglia matta di farla pagare a qualcuno. FINE Di tutta questa storia naturalmente non esistono prove certe.E’ però stato ritrovato il testamento spirituale del dottor Jeckill, che riportiamo qui per intero e che pur non essendo prova che i fatti su detti siano realmente accaduti, ciò nonostante mette la vicenda in una luce indubbiamente inquietante.
TESTAMENTO SPIRITUALE DEL DOTTOR JECKILL
“Io Benjamin Jeckill, figlio del fu Antony Jeckill e di Emili Leonora Fortipini, addì diciotto ottobre 1878, trovandomi nella mia casa di Lightstone Street ed apprestandomi a compiere su me medesimo un esperimento mai tentato dall’uomo, dichiaro di essere in possesso delle mie piene facoltà mettali. Mettinali. Mittele.”
Va ora detto che è probabile che mentre il dottor Jeckill stilava il testamento stesse già sorseggiando, centellinando la pozione. “ Io, Benjamin Jeckill, nel pieno pocceccio delle mie.”
Ecco qui manifestarsi la fatica di un uomo, uno scienziato che, pur già travagliato, si sforza di tramandare ad altri almeno un promemoria, della sua terribile esperienza. “Io Jeckill, apprestandomi a compiere su me medesimo un esperimento mai tentato dalla piccola Ketty stanotte hai bruciato, tutti i ricordi del tuo passato, tutte le bambole con cui dormivi , apprestandomi a compiere Pace Panzeri Pilat.Io, dottor Cabrini. Io. Io. Chi sono , io. Io lo so. Io lo so, che sempre solo non sarò. Dio mio cosa sto facendo.Linguetta.Procedamus, dunque. Bene. Io dottor Semiscazzononvale, nel pieno pocceccio delle mie facoltà mentali, mi appresto a compiere su me medesimo un esperimento che non ha eguali nella storia. E’ mio desiderio, nel caso che.Nel caso. Che Pierin. Sotto il ponte di Baracca C’è Pierin. C’è Pierin.” Ecco, pur nel torpore, nel delirio che precede la trasfomazione, Jeckill, soffrendo, faticando, lottando, cerca di … “certo sarebbe stato meglio, molto meglio, se fossi morto da piccolo, con i peli del culo a batuffoli.
“ Direi che è inutile proseguire, con un testamento che purtroppo non quaglia né mai quaglierà. “ ..e adesso, darei la formazione del Lecce, se vi và. “ Hai rotto i coglioni! Me li hai rotti! Non la bere, la pozione prima di scrivere il testamento, no? Ma cosa ti dice, il cervello!? Ma come si fa come si fa… “.. e di Emily Leonora Fortipini. E prego l’ordine dei medici di espellermi dall’ordine stesso nel caso che l’esperimento abbia esiti infausti e pericolosi per l’essere un nano. Umano. Un.Un nano, un nano, sì. Vorrei sapere il pugliese. Dev’essere una bella lingua, il pugliese. Ma da trovarlo, oggi, uno che te lo insegna, il pugliese classico, non è….” Crepa. Infossati. Infossati e crepa con le tue stesse gambe. Fottiti, bevi il filtro e scoppia. Quando mai me n’è fottuto a me di Jeckill e delle sue cazzate. Io lo voglio vedere morire. Questo coglione.
“Bene, grazie e buonasera”
Perle di saggezza
- Oltre l'Autan
- Stupore di cane
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- Il cane che divenne saggio
- Josè Peperito - Racconto Western
- La fontana di gatti
- Il mistero del lago Bringuez
- I dialoghi dei call center
- Francesca e il cinghiale
- Il Barbiere
QUANDO NON BASTA L’AUTAN
Si è chiusa l’estate e con essa l’annoso problema zanzare. Ora che siamo fra noi e nessuno ci ascolta, ne il buon dio che quand’anche fosse in ascolto tutto perdona, ne gli animalisti malati. Diciamolo.
Quanto le odiamo? Quelle bestie da dio create ma su progetto del demonio? Quanto. Se alle due di notte, quando vi sentite sciogliere nell’abbandono che prelude all’incoscienza del letargo, che è ciò che di più magnifico il creatore ci ha dato, l’ultima cosa che volete sentire è quel bzzz

Qualche po’ di anni fa, a fine inverno, un amico mi prestò un piccolo chalet a Pila, in val d’Aosta. Ad una condizione. Che mi occupassi per qualche giorno del suo giovane pastore tedesco, un cane di buon carattere ma con un nome che la dice lunga sulla fantasia del proprietario: Wolf. Pastore tedesco, Wolf.
Con tutti i nomi belli che ci sono e meno banali per un cane. Per un pastore tedesco. Ne cito tre, giuro i primi che mi vengono in mente.
Chacha, Bellebiotte, Pachiro.
Ma tant’è.
n.d.r. la prosa aulica del racconto gotico è stata mantenuta per la maggior parte della storia. Purtroppo come può accadere, qua e là e soprattutto verso la fine, quando la faccenda si fa più stringente e accorata, si può essere verificato qualche sgancio. Me ne scuso con i lettori e prometto che in una eventuale seconda edizione l’editor starà più attento.

Eravamo partiti un pomeriggio da Torrita io e Giò, il mio socio di pesca e avventure.
Si era partiti ma non si era andati molto lontano.
Sotto il cielo infocato delle Mesas, questo grandissimo cielo americano sereno e terso come le menti dei pazzi…un cielo così grande che noi italiani abituati al cielo di Pinerolo, non ci possiamo neanche immaginare....

Questo racconto non è adatto a chi si giudica animalista troppo severo. Bene farebbe a saltare queste brevi pagine, che non gli piaceranno e

Nell’estate del 1992 mi si prospettò di passare l’estate a Torino e di lavorare per la radio, la celeberrima ma oramai in declino Radio Rai di via Verdi.
Da “ I dialoghi dei call center “ , uno stralcio dal reportage-verità che descrive il lavoro la attitudine e la formazione dei centralinisti dei call center dei numeri di informazioni a pagamento. Ecco una breve conversazione fra l'operatore Diego e un cliente in cerca di una pizzeria.

Cosa fai, se ti trovi un cinghiale di fonte all’improvviso?
Questa domanda venne proposta da me una sera davanti ad un fuoco acceso sulle rive del lago di
Aveva i capelli che gli coprivano appena le orecchie, e si fece fare un taglio deciso che lo lasciò con una testa di capelli corti un paio di centimetri, forse tre.
Capelli ben spuntati, che restituivano l’immagine di un giovanotto dei tempi nostri, efficiente e simpatico.
Dimmi di tutto
Nuovi Video!!
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Torrita Tiberina
Castagneto Po
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