Il cane che divenne saggio

Eravamo partiti un pomeriggio da Torrita io e Giò, il mio socio di pesca e avventure.
Si era partiti ma non si era andati molto lontano.
L’idea era quella di andare sotto casa, praticamente. A vedere un pò se qualche luccio-perca….
Quindi avevamo caricato canne, secchio coi pescetti vivi da usare come esca, guadino e cose varie. La meta erano i piani sotto Filacciano.
Là sotto il Tevere scorre lento e pieno di anse, circondato da una distesa di campi coltivati a mais, erba medica, avena e grano.
Una distesa immensa senza case e con poche strade sterrate che la traversano. Terreno da considerare, per un paese urbanizzato, come è ormai il nostro, quasi selvaggio.
Ci si presentava un pomeriggio di pesca tranquillo.
Eravamo forse in aprile, non ricordo, comunque era una giornata serena e tiepida ed eravamo partiti con la speranza di passare un pomeriggio interessante.
E lo fu. A partire da subito.
Si scendeva sulla mia Subaru giù per la stradina in terra battuta che dalle ultime case di Filacciano arriva ai piani.La strada scende, poi appiana, segue a destra la costa sotto la collina e conduce, dopo poco, a un trivio di piste appena accennate che vanno tutte verso il fiume.
Per arrivare a questo trivio però, bisogna passare accanto a una stalla vecchia maniera, un pò disordinata, con qualche mucca nel recinto, altre nei pascoli, gran mucchi di letame e vecchi copertoni abbandonati il tutto mescolato insieme alla rinfusa.
Va detto che passando per quella stradina capitava sovente di vedersi sbucare dal recinto e poi piombare contro la macchina uno di quei pastori maremmani enormi, con la testa del mastino dei Baskerville e alti un bel metro al garrese.
E quella simpatica belvona, non se l’abbiano a male gli animalisti, del cazzo, sembrava non vedesse l’ora di staccarti qualcosa di tuo qualunque cosa fosse.
La strada che percorrevamo era di accesso libero, non eravamo entrati in nessuna proprietà privata, passavamo a una velocità congrua eppure niente da fare, la voglia di piercing che prendeva al maremmano era più forte di lui.
Quando era in forma il “ragazzone” riusciva a far sbattere i suoi dentoni contro il vetro laterale del guidatore e, osservandolo con la coda dell’occhio per non perdere il controllo della macchina, in quelle occasioni si potevano vedere i faraglioni bianchi che aveva al posto delle fauci.
Tutto questo il maremmano lo faceva correndo parallelo alla macchina per un centinaio di metri, per poi girare il posteriore come una barca a vela alla boa non appena usciti da quello che lui aveva stabilito essere il suo territorio.
Ma guidando con prudenza e stando attenti a non fargli male se ne usciva sempre con un nulla di fatto.
Sempre. Ma quel giorno fuori del recinto c’era un trattore in manovra, che ci obbligò a rallentare e fermarci.
Accanto al trattore, ad aiutare l’autista fare manovra stava un contadino anziano.
E c’era anche il cane che, uscito dal recinto alla velocità solita, vedendo la macchina ferma non credeva ai suoi occhi.
Arrivato come sparato da una fionda aveva dato prima una rapida occhiata all’interno dell’abitacolo per accertarsi se il finestrino fosse su o giù.
Fosse stato giù, avrebbe forse provato con piacere a vedere se gli riusciva di staccarmi la faccia, ma visto il vetro alzato, aveva preferito dedicarsi per un solo, infinitesimale spicciolo di secondo ad azzannare la ruota anteriore nella totale indifferenza del contadino.
Un solo breve fugace gnam, una pizzicatina, un assaggio. Il trattore intanto si era definitivamente spostato e noi potemmo proseguire per la nostra strada.
Figurarsi se aveva bucato la gomma.
Ce lo figurammo.
Arrivati nella zona di pesca scesi a controllare per puntiglio, più che altro, e invece abbassandomi all’altezza della gomma sentii un trombettino sfiatato che segnalava la foratura.
Sullo pneumatico anteriore destro scoprii un’incisione a forma di sette, con un buco sul lato maggiore grande più di un centimetro e quasi altrettanto su quello minore.
Il Forrester Subaru monta gomme robuste, cinturate, quasi da fuoristrada, che all’interno sono intrecciate di cavi d’acciaio. E al “maremma” era bastata una virgola di secondo per trapanare coi denti tutto quanto. Immagino il polso di un bimbo fuori dal finestrino, o anche il mio, come sarebbero stati ridotti.
Ma adesso il problema era un altro. Da lì a poco avrebbe cominciato a scendere il sole e il Subaru la ruota di scorta non ce l’ha.
Non ce l’ha perché è un bi-fuel, e il posto della ruota di scorta è stato impiegato per dar spazio alla bombola del gas. Al posto della vecchia gomma di scorta c’è un “kit”.
Quando sento parlare di “kit” mi si rivolta quello mio, che porto da sempre sul basso ventre.
C’è sempre qualcosa di inutile o di mancante, in un “kit”. Del “kit” di chiavi inglesi, di chiavi ne adoperi due o tre, le altre sono peso inutile e motivo di disordine.
I “kit” per ricaricare le cartucce delle stampanti caricano, sì e no, una cartuccia, poi si seccano, la siringa si perde o si intasa, l’inchiostro si coagula e il boccettino di liquido per diluirlo o per pulire la siringa vive da subito una vita propria e appartata lontano dal kit e da tutto il resto.
Oppure viene bevuto da qualche idiota che mi fa visita e lo scambia per una bottiglia mignon di qualche Alchermes, fatto sta che al posto del “kit” conviene comperare una cartuccia nuova.
Tornando al “kit” della Subaru, ebbene questo aveva tutto il necessario: gonfiatore elettrico da applicarsi all’accendisigari della macchina, una bomboletta da iniettare nella ruota attraverso la valvola, la chiave e il crick.
Giò ed io seguimmo le istruzioni e iniettammo il contenuto della bomboletta nella gomma. Gonfiammo e nulla. L’aria usciva come prima.
Per fortuna ebbi l’idea di far fare alla ruota alcuni giri, procedendo piano in avanti per cinquanta metri, e il liquido così facendo si dispose all’interno di tutto il pneumatico, raggiunse il buco e lo turò.
Ora eravamo in grado di ripartire.
Ma durante tutto il tempo che impiegammo per rimettere l’auto in condizioni di viaggiare non avevo smesso di pensare a quello che era successo. Se per tutta l’operazione ci avessimo impiegato solo dieci minuti sarei stato ancora come dire, “caldo”.
Ero incazzato col cane e col contadino, che presumevo ne fosse il padrone.
Nei primi venti minuti, da torinese metropolitano a sangue caldo e vendicativo come un calabrese, non vedevo l’ora di sistemare la macchina per tornare indietro, litigare col cane e col padrone, far valere le mie ragioni, chiedere i danni e ottenere soddisfazione.
Sentivo il bruciatore acceso e l’adrenalina che alimentava la fiamma.
L’esser furioso è una condizione in cui non senti la fatica, ti senti bene e pieno di energia e, non lo confesseremo mai, si vorrebbe che quella sensazione si prolungasse per molto tempo.
Invece, grazie al fatto che per la riparazione di tempo ne occorreva assai di più, cominciai chissà perché a riflettere meglio.
Che colpa aveva, il cane? Un esserone che se ne stava da solo per la gran parte del giorno e a cui nessuno aveva insegnato nulla se non a difendere il gregge e il territorio?
Ok. Il cane lo avevo assolto. Ma il contadino? Contadinofigliodiputtana, pensai. Ce l’ho con te. Non l’hai fermato, hai bloccato la strada col tuo cacchio di trattore e del resto te ne sei fottuto. Ora arrivo.
Ma quando la pensavo in questo modo eravamo ancora, io e Giò, intenti a gonfiare la gomma dopo averle iniettato la melassa riparatrice. Così proseguii il ragionamento.
Cosa era successo, in fondo? Che un uomo, anziano, non aveva impedito che a un cittadino a zonzo per divertimento venisse obliterata una gomma dal suo cane.
E io adesso volevo andare a cercarlo. Io cittadino coglione con tanto tempo libero da permettermi di andare a pesca in un pomeriggio di metà settimana sarei andato a chieder conto a un uomo che, non certo per comprarsi un loft in Costa Smeralda, passava le giornate con stivali di gomma in mezzo al guano dalla mattina alla sera?
Oltretutto pensavo, col rischio che, riparata la gomma e arrivato dal contadino, ci fosse la concreta possibilità che mentre si discuteva fra uomini, il maremmano pensasse bene di farmi un piercing anche all’altra gomma, il che avrebbe reso la situazione ancora più complicata.
Ma che pensieri nuovi, mi si affacciavano alla mente. Ero davvero, per la prima volta, a quarant’anni, attraversato da un modo diverso di vedere le cose.
Mi ci era voluto un pomeriggio a gonfiar gomme ai piani di Filacciano, perché mi succedesse una cosa simile.
La voglia di lotta, piacevole come una leggera cistite durante un’erezione, cedeva il passo al perdono, gradevole come un bicchierone di latte e miele d’inverno prima di andare a dormire.
Ma che scoperta magnifica.
Direte: “complimenti non è mai troppo tardi…”
“Ognuno ha i suoi tempi”, risponderò. Polemici, perdono anche voi.
Avessi avuto qualcun’altro da perdonare lo avrei fatto.
Mi spiaceva quasi che quando posso evito di subire i torti, perché in quel momento ne avrei avuti di più da perdonare.
E non lo avrei neppure cercato, quel contadino, anche solo per dirgli “ti perdono”, no.
Mi immaginavo infatti che se all’imbrunire quell’uomo fosse stato avvicinato da una macchina, dalla quale un altro uomo pieno di grazia gli avesse gridato “ti perdono”, ebbene con molta probabilità l’uomo pieno di grazia, sarebbe stato mandato affanculo.
No. Io lo avrei invece lasciato tranquillo, con tutti gli stivali nella sua palta, e me ne sarei tornato con Giorgio a casa senza neanche fargli sapere dei disagi subiti.
Altrimenti chissà che magari, durante la notte, l’innocente potesse avere un sussulto di sensi di colpa e io, invece, volevo che quell’uomo dormisse sereno.
Ma che pensieri nuovi, per me. Quel pomeriggio la mia vita era cambiata. Ero diventato un altro. Volevo raccontare a qualcuno del mio cambiamento radicale e definitivo, ma in quel momento stavo ancora facendo percorrere alla macchina quei cinquanta metri di speranza che significavano non fare a piedi, e al buio, una decina di chilometri, così mi ripromisi di rivelare più tardi a Giò la mia grande redenzione.
Così lavorammo in silenzio e al termine delle operazioni salimmo e via.
E nel chilometro e mezzo di pista che percorremmo per tornare sulla strada sterrata provai a spiegare a Giorgio, uomo che sa ascoltare, le mie sensazioni.
Come fossi orgoglioso di me, di non aver abbandonato la voglia di chiarimenti magari per scelta di comodo, ma per una precisa volontà di essere diverso, migliore.
Tutto questo raccontar con parole durò per un chilometro e mezzo, e cioè fino a quando ripassammo davanti alla masseria.
Poi, arrivati allo steccato da cui era sbucato fuori il trattore e che ora non c’era più, saltò fuori il maremmano.
Una palla bianca di cattiveria che con rinnovata lena tornava a dedicarsi al suo sport preferito.
Un lupastro grosso e cattivo con la testa grande come un pallone da basket sparato a velocità folle che si apprestava con godimento a uno straordinario di prepotenza notturna gratuita.
Questa volta il trattore non c’era, a rallentare la nostra marcia, e il cane si affiancò alla vettura.
E così, come rapido era tornato il cane, altrettanto rapidamente l’”uomo nuovo” che era sbocciato in me se ne sparì da qualche parte per lasciare spazio a quello che negli spaghetti western chiamerebbero “fottuto figlio di puttana” .
Se qualcuno con una torcia, un qualche santo dei cani ad esempio, mi avesse illuminato per vedermi bene in faccia, avrebbe poi messo la sua santa mano sul muso del mostro, trasmettendogli questo concetto: “lascialo stare, birba, quell’uomo è preso dal maligno e non è bene per te continuare la tua azione”.
Ma il santo dei cani non venne. Forse stava tosando un San Bernardo.
Io invece sentivo le gengive ritirarsi dai canini, ed ero preda di una furia gelida.
Quella che come un computer ti guida nel cammino più razionale ed efficace per offendere il nemico nel modo più sicuro ed efficiente.
Va detto che la strada, sul mio lato sinistro, quello percorso dal cane per stare a fianco della vettura e fare lo smargiasso, era fiancheggiata da un muretto di siepi.
Cosa feci allora.
Invece di accelerare per portarmi fuori dal tiro del bestione, invece di sterzare leggermente sulla destra per evitare gli assalti del cane, feci il contrario. Rallentai portandomi con esattezza alla velocità canina. E strinsi, a sinistra, verso il “maremma”.
E lo “scarto del creato” si ritrovò a correre in un esile corridoio fra auto e siepe.
Il mio comportamento anomalo lo stupì per la prima volta.
Ma la sua indole di bullo di provincia grande e grosso non gli permise di passare la mano. Provò a accelerare sempre ringhiando e pensando fra se e se: “tu guarda questo come me lo lavoro adesso”.
Accelerai anch’io e strinsi ancora un pò a sinistra.
Adesso il corridoio a disposizione del cane era davvero striminzito. Se accelerava acceleravo, se appena rallentava rallentavo.
Accelerò ancora, e io questa volta rallentai.
E lui si trovò, illuminato dai fari, davanti a me, per l’esattezza davanti al mio faro sinistro.
E la corsa proseguì.
Ma adesso era mio. Con piccoli colpi di sterzo mantenevo questo stato di fatto: il cane davanti, ad un metro o poco più dal muso della vettura, senza possibilità di scartare a destra, con la siepe a sinistra e la Subaru dietro.
Il mio target, per essere sempre preparato a qualsiasi più piccola variazione di rotta, era il buco nero centrale che appariva in quella massa di pelo bianco. Il cane correva a coda alzata, e mi consentiva, fissando il suo buco posteriore, di non perdere, neppure di un millimetro, la rotta ideale.
E fu a quel punto, credo, che così come un paio di ore prima io avevo capito qualcosa di nuovo, anche lui cominciò a capire cose nuove dalla vita.
Fu visitato dal dio giusto, quello che ti spiega coi fatti quanto sia saggio il comandamento che dice di non fare agli altri quello che non vuoi che sia fatto a te.
Il “ganassa” ogni tanto girava la testa per un attimo e io gli vedevo cambiare espressione ad ogni voltata di capo.
Prima furia, poi stupore.
Si capiva che nessuno gli aveva mai fatto provare una sensazione del genere.
Di solito i suoi assalti finivano sempre con la fuga in avanti della macchina e un senso di fierezza compensava l’animale delle calorie spese nella corsa.
E invece questa volta, “amore”, le cose vanno in maniera diversa. Pensavo.
Tenendo costantemente sotto mira il suo pertusino nero su sfondo bianco panna.
Bè, vedere la paura affiorare negli occhi dei tipacci non è una sensazione da buttar via.
Adesso il martufello si era accorto che gli zampini, invece che per incidere geroglifici sulle portiere delle macchine, si potevano anche comodamente usare per portare con umiltà a casa il sedere. E bene che gli andasse.
Giorgio non parlava. Era trasmutato in statua di gesso.
Io e Tom Cruise invece stavamo pilotando insieme con maestria per diventare entrambi top gun.
Microaggiustamenti di rotta e velocità ci avevano assorbito in modo totale.
Il coglionazzo, invece, perché ormai tale era diventato, stava cercando come venirne fuori anche senza onore e vide con sollievo una svolta a sinistra. Un’apertura nella siepe che in realtà era una traversa che scendeva nuovamente verso il fiume.
Salvo!
Pensò.
Svoltai anch’io. E si trovò come prima con una identica siepe sulla sinistra e fari alle natiche. Non era cambiato nulla.
Quella credo fu la svolta che gli impartì la lezione più severa.
Non c’è scampo, per te, cara bestia.
Pensaci, un’altra volta, guarda, la prossima occasione che ti capita, con chi hai a che fare. Con una scatola di metallo molto più grossa veloce e cazzuta di te.
Che se portata con giudizio da un uomo ex santo, e ora merda, ti può far vedere la vita sotto una sfumatura diversa.
Ora quel minchione (piace da sempre, nei racconti, umiliare il nemico) volava. Alla lettera. Era fuga vera. Senza alibi. Capitolazione totale.
Quel giorno io, e quel cane, avevamo capito qualcosa di più, io di me stesso, lui delle Subaru.
Rallentai. Ne avevo abbastanza. Poi feci manovra mentre il meschino si perdeva nel buio.
Tornammo a casa, mangiai con grande appetito. Sereno, appagato.
Pensando a quanto bello fosse il perdono. Ma che anche la vendetta, non è niente male.
Perle di saggezza
- Oltre l'Autan
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- I dialoghi dei call center
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QUANDO NON BASTA L’AUTAN
Si è chiusa l’estate e con essa l’annoso problema zanzare. Ora che siamo fra noi e nessuno ci ascolta, ne il buon dio che quand’anche fosse in ascolto tutto perdona, ne gli animalisti malati. Diciamolo.
Quanto le odiamo? Quelle bestie da dio create ma su progetto del demonio? Quanto. Se alle due di notte, quando vi sentite sciogliere nell’abbandono che prelude all’incoscienza del letargo, che è ciò che di più magnifico il creatore ci ha dato, l’ultima cosa che volete sentire è quel bzzz

Qualche po’ di anni fa, a fine inverno, un amico mi prestò un piccolo chalet a Pila, in val d’Aosta. Ad una condizione. Che mi occupassi per qualche giorno del suo giovane pastore tedesco, un cane di buon carattere ma con un nome che la dice lunga sulla fantasia del proprietario: Wolf. Pastore tedesco, Wolf.
Con tutti i nomi belli che ci sono e meno banali per un cane. Per un pastore tedesco. Ne cito tre, giuro i primi che mi vengono in mente.
Chacha, Bellebiotte, Pachiro.
Ma tant’è.
n.d.r. la prosa aulica del racconto gotico è stata mantenuta per la maggior parte della storia. Purtroppo come può accadere, qua e là e soprattutto verso la fine, quando la faccenda si fa più stringente e accorata, si può essere verificato qualche sgancio. Me ne scuso con i lettori e prometto che in una eventuale seconda edizione l’editor starà più attento.

Eravamo partiti un pomeriggio da Torrita io e Giò, il mio socio di pesca e avventure.
Si era partiti ma non si era andati molto lontano.
Sotto il cielo infocato delle Mesas, questo grandissimo cielo americano sereno e terso come le menti dei pazzi…un cielo così grande che noi italiani abituati al cielo di Pinerolo, non ci possiamo neanche immaginare....

Questo racconto non è adatto a chi si giudica animalista troppo severo. Bene farebbe a saltare queste brevi pagine, che non gli piaceranno e

Nell’estate del 1992 mi si prospettò di passare l’estate a Torino e di lavorare per la radio, la celeberrima ma oramai in declino Radio Rai di via Verdi.
Da “ I dialoghi dei call center “ , uno stralcio dal reportage-verità che descrive il lavoro la attitudine e la formazione dei centralinisti dei call center dei numeri di informazioni a pagamento. Ecco una breve conversazione fra l'operatore Diego e un cliente in cerca di una pizzeria.

Cosa fai, se ti trovi un cinghiale di fonte all’improvviso?
Questa domanda venne proposta da me una sera davanti ad un fuoco acceso sulle rive del lago di
Aveva i capelli che gli coprivano appena le orecchie, e si fece fare un taglio deciso che lo lasciò con una testa di capelli corti un paio di centimetri, forse tre.
Capelli ben spuntati, che restituivano l’immagine di un giovanotto dei tempi nostri, efficiente e simpatico.
Dimmi di tutto
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