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Un NUOVO Libro!!!!! "E infine. Non avendo poi intellettuali di rilievo che promuovono il libro, me li sono fatti da me. Sostengono che il volume rappresenti una testimonianza di prosa lucida ed efficace i seguenti intellettuali di marca:
Siloè, Elio Gottafosca, Maliù Unguendo, Sergio e Martino Kopio.
Metragna, Francesco Spiroetto e Alain Sgozzaragno.
Fonatis, la dottoressa Reganella, Susanna Maquao, Elvis Mosca.
Bieti, Denis Foragni, Tasi, Romeo Cedelabroda, Mariangela Puff e Nardino Galieco, sua sorella Betta e il professor Colione.”
Beppe Tosco Beppe Tosco fa l’autore televisivo ma vive in posti isolati, vicino a Torrita Tiberina o nelle colline davanti a Chivasso, occupandosi di pesca e canoa. Collabora principalmente con Luciana Littizzetto, ma ha scritto e scrive anche per Enrico Bertolino, Ale e Franz, Luca e Paolo, Sabrina Impacciatore, per il programma “Victor Victoria” e altro ancora. Ogni sabato interviene con brani di satira surreale al programma “La bomba” di Radio Deejay. Nel 2005 ha pubblicato con Mondadori assieme a Carlo Aluffi e Vittorio Collini, Finché matrimonio non ci separi.  
Curriculum Attore teatrale per diversi anni, lavora coi più grandi registi  italiani ( Missiroli Ronconi Cobelli Scaparro ) in ruoli di primo piano.
Comincia a lavorare come autore comico radiofonico e televisivo nel 1990 per Radio Due scrivendo e interpretando maratone estive di sketches, poi passa alla TV e comincia la collaborazione con  Luciana Littizzetto.

Il mistero del lago Bringuez



Nell’estate del 1992 mi si prospettò di passare l’estate a Torino e di lavorare per la radio, la celeberrima ma oramai in declino Radio Rai di via Verdi.

Ma successero nel giro di pochi giorni due cose importanti. La mia compagna decise di ritornarsene a Vienna con mia figlia piccola e mia madre si ammalò di Parkinson. Io però avevo preso un impegno e dovevo continuare a lavorare, così mi ammalai.
Per fortuna io ed il mio inconscio scegliemmo insieme qualcosa di poco conto, e ci orientammo per una lombosciatalgia.

Dopo aver chiamato la guardia medica pensando che quel dolore ai reni, nuovo per me, fosse l’inizio di una rapida fine, e dopo aver accertato senza esami approfonditi che di banale lombosciatalgia si trattasse, cominciai a guarire.
E per accelerare il processo adottai quello che ancora oggi ritengo il metodo più efficace per ripulirmi dalle ultime scorie di dolore e malinconia. Far capire al mio corpicino che chi comandava ero io.
Mi attrezzai quindi con zaino, tenda, tanta acqua da bere, fornelletto e quant’altro e aspettai un week end di tre giorni. Poi partii.
La meta era un laghetto della Val D’Aosta a 2500 metri di altitudine.
Il lago del Bringuez.
Lassù, accanto a una parete di roccia che nonostante fosse metà agosto lasciava ancora sgocciolare nell’acqua una lingua di ghiaccio, mi era stato detto che ci fossero trote e salmerini.
Con lo zaino che appoggiava costantemente sui lombi e sulle loro sciatalgie cominciai a salire un sentiero (ora non so, ma allora non c’erano strade che arrivassero fino al lago ) che in condizioni normali si sarebbe dovuto percorrere in cinque o sei ore.
Partii alle undici del mattino ma alle sette di sera ero ancora per strada. I diversi litri d’acqua, il cibo e altre utili cose dal peso significativo mi avevano rallentato la marcia.
Metabolizzando il pensiero che per vedere mia figlia d’ora in poi avrei dovuto prendere l’aereo invece che la bici e che dal Parkinson non si guarisce faticavo a mantenere il passo e decisi di passare la notte a fianco del sentiero.
Montai la tenda, mi preparai qualcosa da mangiare, distesi il sacco a pelo e passai, come sempre in quelle occasioni, una delle più belle serate della mia vita. La valle che stavo percorrendo era stretta e boscosa, ma poco più su si apriva e si vedevano gli alpeggi e la fine della vegetazione, segnale che il lago era vicino. Mi permisi di parlarmi a voce alta, di piangere un pò, di camminare avanti e indietro senza zaino sulle spalle per sentirmi ballerino, leggero e aitante, poi cenai con gran piacere. Quando sei da solo mangi cose buone, che desideri, e non ne devi offrire a nessuno.
Ovviamente erano porcate. Carne secca, toma stagionata, rara verdura, forse pomodori, una minestra liofilizzata e biscotti di sesamo.
Cosa c’è di meglio? Mi chiedevo e mi chiedo.
In questi casi come cala il sole il sonno è immediato. Scende il sole e la palpebra anche.
Alle otto e mezza era quasi buio ed io, complice la barbera e la stanchezza ero pronto per ficcarmi in tenda.
Detto fatto mi ritrovai sveglio il giorno dopo.
Ma dov’è l’interessante, si chiederà il lettore? Adesso viene, rispondo io. Almeno, ciò che successe poi, io lo trovo ancora adesso non dico strabiliante, ma sufficiente per acchiappare l’attenzione di un lettore che non sia di gusti troppo raffinati.
Quindi un pò di pazienza.
Colazione e via, con un litro e mezzo di acqua in meno sulla schiena.
Dopo neppure un’ora ero arrivato.
Una meraviglia. Solo montagne e il lago, tondo e piccolo. Un conca ricoperta di un’erba verdissima e corta che degradava verso lo specchio d’acqua.
Dal lato opposto a quello da cui ero arrivato la parete di roccia scendeva diritta a picco sul lago, e un angolo di questo aveva ancora una lingua di ghiaccio che lo lambiva.
Ma il resto, il resto cari miei era pronto per essere visitato dai miei lombrichi.
Mi volevo gustare il momento. Avrei voluto predisporre tutto in modo ordinato, montare la tenda, la canna, sistemare i miei bagagli, levarmi la maglietta già sudata per non dare il minimo pretesto alla lombosciatalgia di rientrare in partita e soprattutto volevo scegliere con attenzione l’angolo di lago da esplorare per primo.
Invece dopo venti secondi avevo schiaffato tutto a terra e montata alla veloce una lenza adatta, ero già in pesca.
Ora,  i pesci hanno come caratteristica di non abboccare per niente, di abboccare dopo molteplici tentativi, di spiluccare l’esca senza lasciarsi imbrogliare oppure, come in rari casi e questo fu uno fra i pochi, di scaraventarsi sul primo verme messo loro a disposizione, agganciarvisi con trasporto e lasciarsi portare a riva senza difficoltà.
E quello che sembra un sogno, la condizione ideale per chi va a pesca ma anche per uno che di pesca ha solo sentito parlare, in realtà è la cosa peggiore che possa capitare.
Ma come? Vengo fin quassù, pregusto il momento in cui un lancio nel punto giusto alla profondità giusta e all’ora giusta mi renderà felice e, come metto la canna in acqua, la trota ( il salmerino per la verità) rimane già presa all’amo?
E tutta l’attesa? La speranza, l’eccitazione nel vedere il galleggiante, fermo da tempo immemorabile, affondare a piccoli scatti e poi giù, fino a scomparire sotto il pelo dell’acqua segnalando che finalmente ci siamo e qualche pesce ha abboccato, dove la mettiamo?
Sarà colpa di questa formazione cattolica che impregna i più sensibili fra noi e non consente loro di cogliere con gioia un frutto senza esserselo prima, in qualche modo, guadagnato?
Comunque sia si può convenire che un risultato facile riesce spesso a insinuare un sottile senso di insoddisfazione.
Per fortuna guardando il salmerino saltellare sul prato mi accorsi in tempo di questa vaga vena di disagio e passai in rassegna le religioni cercandone una che non si portasse dietro sensi di colpa per una conquista facile.
Scelsi il Buddismo, mi concentrai per quel poco che sono in grado, e mi sentii in breve tempo abbastanza buddista. Così ballai intorno al salmerino per un buon numero di secondi poi lo slamai e lo misi nel retino onde si mantenesse vivo e vegeto ma prigioniero fino al giorno della partenza.
E ne vennero altri sei.
Non di fila, grazie a Dio, ma centellinati nel corso della giornata, il che mi permise di ritornare quel cattolico non praticante pieno di contraddizioni che ero.
E che salmerini!
Rosa o azzurri. Perché? Non so. Uno rosa e uno azzurro uno rosa e uno azzurro.
Dire che il colore ne determinasse il sesso, i maschi azzurri e le femminucce rosa, si potrebbe concordare tutti insieme essere una cazzata, perciò ancora adesso una spiegazione non ce l’ho.
Magri. Salmerini maaaagri….
E certo. Cosa può mangiare un salmerino in un lago su cui non si affaccia vegetazione se non l’erbetta rasa di alta quota? Quale insetto sale fin lassù? Quale lombrico malato di labirintite può cascarci dentro? Cosa troveranno da mangiare queste trote, se il lago non ha immissari che durante una notte di pioggia trasportino con l’acqua torbida dei rigagnoli nutrimento per i pesci?
Forse qualche farfalletta svirgola che a un certo punto decide di traversare il lago ma non ce la fa. Forse qualche micro-gamberetto, qualche cavalletta salterina a cui cede la caviglia nel momento del balzo, chissà?
Immagino che le trote più piccole rastrellino le acque in prossimità delle sponde, dove è più facile trovare il raro cibo fresco che vi capita.
Quelle grosse, poche probabilmente, stanno invece più verso il centro, e si nutrono spesso di quelle piccole.
Perché le trote sono cannibali. Quando gli gira mangiano gli altri pesci e non disdegnano di mangiarsi fra di loro.
Non ho tutto quel rispetto e quella stima per gli esseri umani che forse sarebbero necessari, diciamo che sono molto selettivo, ma certo faccio fatica a pensare come sarebbe la nostra vita se ci comportassimo da trote.
Magari stai gomito a gomito con il tuo collega di ufficio per anni, poi una mattina che hai fame ti alzi dalla tua poltrona e gli mordi la testa. Gli mastichi via un orecchio e se nessuno te lo sottrae te lo mangi tutto.
Quando si pesca una parte di noi si strania  e riflette. Chi osserva un pescatore è spesso colpito da quella staticità che apparentemente sembra frutto di una grande pazienza. In realtà il cervello del pescatore è in piena attività, e si divide fra pensieri più o meno profondi.
Io mi sorpresi a pensare a come sarebbe stato mangiare Sarcinelli, un mio collega che non vedo da anni.
Ma dopo un lungo giorno di silenzio, di brevi abboccate senza esito, di gioiose catture, di sole caldo raffreddato dall’aria dei 2500, dopo aver fatto una passeggiata un po’ più su per vedere il lago dall’alto e senza vedere invece, per quanto lo sguardo si spingesse lontano, anima viva, né costruzioni, ne nulla che fosse stato toccato dalla mano dell’uomo, arrivò il tramonto.
Poi la notte.
E qui ci siamo, cari amici. Perché nel pieno della notte, potevano essere non più delle tre, mi svegliai.
Qualcosa batteva contro la tenda.
Se dormi dalle nove di sera, alle tre di notte ti trovi nel sonno bello, quello da cui fatichi ad uscire. Eppure qualcosa mi aveva svegliato.
Il vento. Ciò che fa sbattere la tenda è il vento. Mi dissi. Ma il vento, ha un ritmo.
Il vento è fatto di fremiti con cadenze costanti che fanno vibrare più o meno le pareti di nylon, invece questi colpi leggeri erano irregolari e causati da qualcosa che toccava materialmente il telo esterno.
Cominciai a svegliarmi davvero. E sentii un respiro.
Un respiro profondo e lungo, a pochi centimetri da me. Giusto lo spessore fra i due teli quello esterno e quello interno della tenda. Sul lato sinistro.
A una informazione nuova e preoccupante che gli arriva, il cervello reagisce in modo cauto e saggio. Ne vuole verificare l’autenticità, vuole essere sicuro di non  sbagliarsi, e allora sonda.
Si ritrae, come i cornetti della lumaca, per poi riaffacciarsi e verificare che non si tratti di una falsa informazione, di una interferenza. Prima di far partire gli allarmi deve essere sicuro che c’è una ragione seria, per mettere in  agitazione tutto il resto degli organi utili alla sopravvivenza e che al momento dormono, altrimenti lo scatenare una serie di travasi di fluidi e correnti elettriche per riaccendere tutte le macchine a pieno regime per futili motivi lo mette poi nella condizione di essere considerato dal resto del corpo un cretino.
Tant’è che noi diciamo ad esempio “che cretino, mi sono spaventato per nulla, non l’hanno rubata, l’avevo messa nella traversa più in là”.
Ma io ormai ero sicuro. Fuori c’era qualcosa. E il cervello aveva cominciato a svegliare il cuore per metterlo in condizione di aumentare i battiti cardiaci, i polmoni avevano cominciato ad aumentare l’aria risucchiata per irrorare  di ossigeno i muscoli, utili sia in caso si combattimento che di fuga.
E i capelli si erano drizzati. Quelli centrali, dove forse un milione di anni fa avevamo la cresta.
Chi c’era fuori, caro lettore? Me lo devi dire adesso. Fermati e pensa. Chi c’era?
Immagina di sentire un respiro forte, pesante, che ricorda la risacca del mare. Ma vicino, causato da un essere vivente che, alle tre di notte, sta a meno di venti centimetri da te. Da cui sei diviso solo da due sottili strati di nylon.
Dillo, se lo sai? Nelle Alpi italiane, non, nel Borneo.
Fermati adesso e dì che cosa era. E se lo indovini trova il modo di metterti in contatto con me, che ti voglio conoscere.
Intanto la tenda aveva cominciato a sbattere con più intensità. Come se qualcosa o qualcuno a tratti vi appoggiasse in parte il proprio peso.
Io ero immobile. Ma molto, immobile. Se, mi dicevo, la mia immobilità non aveva innervosito la cosa che c’era fuori, era bene che questa immobilità permanesse fino a che non avessi preso una decisione diversa.
Intanto scartavo le ipotesi.
Un orso no. La sua cassa toracica avrebbe potuto produrre un respiro simile, anche se questo sembrava più potente ancora, ma orsi nelle Alpi della Val D’Aosta non ce ne sono, se ci vogliamo fidare del National Geographic. Altrimenti, va bè vale tutto, ma allora….
Un lupo, un cane? Ma hanno il respiro più affrettato, questo era lento, quasi maestoso…
Lo dico con onestà. Pensai a un essere che non c’è. Qualcosa di nuovo.
Un robo grosso e vivo, sceso dal cielo. Un robo enorme che aveva scelto me.
Con tutto lo spazio che c’era, se se ne stava a venti centimetri da me ci sarà stata ben una ragione, e quella ero certamente io.
Che fare?
La tenda aveva cominciato a flettersi verso la mia parte. Io fermo. Volevo forse dare l’impressione di non essere in casa.
Sentivo il peso sul telo che abbassandosi cominciava a sfiorarmi i capelli.
Orso, cane, mignatto, grossicosi, Baloo, balenottero, essere di pianeti chissà quali, dio del bosco,  bestio grande, scorrevo le pagine gialle del cervello molto alla rinfusa.
Intanto il respiro, dal suono forte e profondo, come quello che chi ha visto le balene da vicino conosce, se possibile rallentava.
Non c’era minaccia, era uno stare. Nessun tentativo di penetrare nella tenda o sfilacciarla con gli artigli, solo questo peso che a tratti aumentava o diminuiva.
Era il momento di guardare cosa fosse.
Piano piano mossi la mano alla ricerca della torcia. Il difficile era sgusciare dal sacco a pelo, lo feci.
Ora si trattava di portarsi verso l’uscita. Lentamente. Ogni rumore era da evitare, ma la cerniera lampo? Bastava fare con calma, dentino per dentino. Fuori il respiro intanto continuava regolare, potente ma regolare. Bene.
Ora ero al dunque. Bastava affacciarsi a quattro zampe e accendere la torcia per sapere.
L’alternativa era restare dov’ero sperando che il coso andasse via.
E la presi in considerazione, ma la curiosità di sapere sarebbe rimasta con me tutta la vita.
Aprii il lembo della tenda e puntando la pila mi affacciai.
Qualcuno fra i più perspicaci fra i lettori, con il pò di tempo in più che gli ho dato,  potrebbe a questo punto avere indovinato, ma molti altri ancora no. E’ anche altrettanto ovvio che questo mio è un aiuto, perché lascia intendere che la spiegazione appartiene al mondo del razionale, altrimenti io adesso non starei qui a scrivere ma sarei stato rapito da qualche matassa di grasso senza forma di qualche altra galassia e magari ora sarei diventato chissà, un portachiavi per astronave.
Illuminai ciò che da quasi un’ora era entrato nella mia vita e vidi.
Due occhi enormi aperti su di me a meno di un metro.
Gli occhi di una mucca.
Una mastodontica mucca accucciata contro la tenda e semiaddormentata. Mucca che durante i giorni prec edenti non c’era, altrimenti un dubbio mi sarebbe venuto. Nessuna mucca nessuna baita niente. Da dove fosse arrivata non so. Forse si era persa e aveva sentito una fonte di vita, di calore con la quale condividere la notte.
Una cazzo di mucca.
Ci guardammo. La mucca tutto voleva, tranne che alzarsi.
Tornai dentro la tenda. Nel sacco a pelo.
Ora la preoccupazione era un’altra.
Ma se la mucca, pesante qualche quintale, in uno dei suoi mezzi colpi di sonno che le facevano fare capoccella contro il telo, ecco cos’erano quei colpi leggeri e aritmici che sentivo, come quando il bambino ciondola la testa cercando di restare sveglio e richiama il testolino con uno sforzo di volontà alla posizione eretta, ebbene se quella mucca si fosse addormentata di schianto crollando su di me, sarei morto fracassato.
Mi addormentai di botto, ricordando di non avere mai letto, neppure sulla cronaca cittadina, una notizia che suonasse anche soltanto pressappoco così: “Escursionista muore schiacciato da una mucca addormentatasi fatalmente sulla sua tenda”.
E il giorno dopo la mucca non c’era più.

 

Memento

Perle di saggezza

QUANDO NON BASTA L’AUTAN

Si è chiusa l’estate e con essa l’annoso problema zanzare. Ora che siamo fra noi e nessuno ci ascolta, ne il buon dio che quand’anche fosse in ascolto tutto perdona, ne gli animalisti malati. Diciamolo.
Quanto le odiamo? Quelle bestie da dio create ma su progetto del demonio? Quanto. Se alle due di notte, quando vi sentite sciogliere nell’abbandono che prelude all’incoscienza del letargo, che è ciò che di più magnifico il creatore ci ha dato, l’ultima cosa che volete sentire è quel bzzz

bau

 

 

 


Qualche po’ di anni fa, a fine inverno, un amico mi prestò un piccolo chalet  a Pila, in val d’Aosta. Ad una condizione. Che mi occupassi per qualche giorno del suo giovane pastore tedesco, un cane di buon carattere ma con un nome che la dice lunga sulla fantasia del proprietario: Wolf. Pastore tedesco, Wolf.
Con tutti i nomi belli che ci sono e meno banali per un cane. Per un pastore tedesco. Ne cito tre, giuro  i primi che  mi vengono in mente.
Chacha, Bellebiotte, Pachiro.
Ma tant’è.

n.d.r. la prosa aulica del racconto gotico è stata mantenuta per la maggior parte della storia. Purtroppo come può accadere, qua e là e soprattutto  verso la fine, quando la faccenda si fa più stringente e accorata, si può essere verificato qualche sgancio. Me ne scuso con i lettori e prometto che in una eventuale seconda edizione l’editor starà più attento.

Eravamo partiti un pomeriggio da Torrita io e Giò, il mio socio di pesca e avventure.
Si era partiti ma non si era andati molto lontano.

Sotto il cielo infocato delle Mesas, questo grandissimo cielo americano sereno e terso come le menti dei pazzi…un cielo così grande che noi italiani abituati al cielo di Pinerolo, non ci possiamo neanche immaginare....

 

Questo racconto non è adatto a chi si giudica animalista troppo severo. Bene farebbe a saltare queste brevi pagine, che non gli piaceranno e



Nell’estate del 1992 mi si prospettò di passare l’estate a Torino e di lavorare per la radio, la celeberrima ma oramai in declino Radio Rai di via Verdi.

Da “ I dialoghi dei call center “ , uno stralcio dal reportage-verità che descrive il lavoro la attitudine e la formazione dei centralinisti dei call center dei numeri di informazioni a pagamento. Ecco una breve conversazione fra l'operatore Diego e un cliente in cerca di una pizzeria.




Cosa fai, se ti trovi un cinghiale di fonte all’improvviso?

Questa domanda venne proposta da me una sera davanti ad un fuoco acceso sulle rive del lago di

Aveva i capelli che gli coprivano appena le orecchie, e si fece fare un taglio deciso che lo lasciò con una testa di capelli corti un paio di centimetri, forse tre.
Capelli ben spuntati, che restituivano l’immagine di un giovanotto dei tempi nostri, efficiente e simpatico.



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Torrita Tiberina

Castagneto Po

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